Nato dalla crisi economica seguita al crollo sovietico, il conglomerato militare GAESA è diventato negli ultimi trent'anni il vero motore dell'economia cubana, gestendo turismo, commercio in valuta forte e rimesse con un'opacità che alimenta sanzioni internazionali e disuguaglianze interne.
GAESA: come i militari cubani divennero i veri padroni dell’economia dell’isola
Dietro l’immagine di un’isola guidata da un partito unico e da una leadership politica ereditata dalla rivoluzione del 1959, si nasconde da decenni un potere economico parallelo, meno visibile ma non meno decisivo: quello delle Forze Armate Rivoluzionarie cubane, incarnato oggi nel conglomerato GAESA. Per capire come un apparato militare sia arrivato a controllare gran parte del turismo, del commercio in valuta forte e persino delle rimesse dei cubani all’estero, occorre risalire a una crisi che negli anni Novanta rischiò di far collassare l’intero sistema castrista.
La caduta dell’Unione Sovietica, nel 1991, privò Cuba del suo principale sponsor economico: sussidi, forniture di petrolio a prezzi agevolati e un mercato garantito per lo zucchero cubano sparirono quasi da un giorno all’altro. Iniziò così il cosiddetto Periodo Especial, anni di razionamento estremo, blackout prolungati e fame diffusa che misero a rischio la tenuta stessa della rivoluzione. Fidel Castro, per evitare il tracollo, fu costretto a concessioni impensabili fino a poco prima: legalizzò in parte il dollaro statunitense, aprì timidamente al turismo internazionale e permise forme limitate di iniziativa privata.
La militarizzazione dell’economia
In questo contesto di emergenza, fu Raúl Castro, allora ministro delle Forze Armate, a intuire che l’esercito poteva diventare lo strumento più affidabile per gestire i nuovi flussi di valuta estera. I militari cubani avevano già esperienza organizzativa, disciplina interna e, soprattutto, una reputazione di maggiore efficienza rispetto ai ministeri civili, spesso paralizzati da burocrazia e corruzione diffusa. Da qui la creazione, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, delle prime imprese militari che gradualmente confluirono in quello che sarebbe diventato il Grupo de Administración Empresarial S.A., GAESA.
Il modello non era del tutto originale: altri regimi autoritari avevano già affidato alle forze armate un ruolo imprenditoriale rilevante, dall’Egitto post-nasseriano, dove l’esercito controlla tuttora vaste porzioni dell’edilizia e dell’agroalimentare, all’Iran degli ayatollah, dove i pasdaran gestiscono un impero economico attraverso fondazioni religiose e società collegate. Anche la Cina prima delle riforme di Deng Xiaoping aveva visto l’Esercito Popolare di Liberazione gestire direttamente fabbriche e commerci. Ciò che accomuna questi casi è la logica di fondo: trasformare l’apparato militare in garante della stabilità economica del regime, sottraendolo al contempo al controllo civile e parlamentare, dove esso esiste formalmente.
Dall’ascesa di Raúl al monopolio di oggi
Quando Raúl Castro succedette al fratello Fidel nel 2006, e più formalmente dal 2008, il peso di GAESA nell’economia cubana crebbe in modo esponenziale. Le riforme note come actualización del modello economico, avviate nel 2011, pur introducendo timide aperture al lavoro autonomo, non intaccarono il predominio del conglomerato militare, che nel frattempo aveva esteso il proprio controllo su hotel di lusso gestiti in joint venture con catene straniere, catene di negozi in valuta convertibile, il porto container del Mariel e persino settori come le rimesse e le telecomunicazioni attraverso partecipazioni incrociate.
La svolta più recente, la parziale dollarizzazione dell’economia avviata nel 2019-2020 con l’introduzione di negozi che accettano solo pagamenti in moneta libremente convertibile tramite carte prepagate, ha ulteriormente rafforzato la posizione di GAESA, che gestisce buona parte di questa rete commerciale privilegiata mentre la popolazione comune resta ancorata a un peso cubano sempre più svalutato.
Il risultato è un sistema in cui l’apparato che dovrebbe difendere la sovranità nazionale è diventato, di fatto, il principale beneficiario degli scambi con l’estero, in una condizione di opacità contabile che ha attirato negli anni le sanzioni mirate dell’amministrazione statunitense, la quale ha inserito diverse entità legate a GAESA nella lista delle imprese con cui sono vietate le transazioni dirette dei cittadini americani. Una misura pensata per colpire il finanziamento del regime, ma che nella pratica ha reso ancora più difficile la vita quotidiana dei cubani, stretti tra un embargo di lunga data e un monopolio interno che decide chi accede alla valuta forte e chi resta escluso.
La parabola di GAESA racconta dunque una storia più ampia di come i regimi autoritari, di fronte a crisi economiche esistenziali, tendano a rifugiarsi non nell’apertura democratica ma nel rafforzamento delle strutture di controllo più fidate, trasformando l’esercito da garante della difesa a gestore dell’economia nazionale, spesso a scapito della trasparenza e del benessere collettivo.
