Il primo anno di Mark Carney alla guida del Canada segna il tentativo di superare decenni di dipendenza da Washington, tra autonomia strategica, alleanze tra potenze medie e riarmo. Un'ambizione che si scontra con i limiti della geografia e dell'economia.
La svolta di Ottawa: come Carney sta ridisegnando la politica estera canadese
Per oltre mezzo secolo la diplomazia canadese ha vissuto all’ombra di una parola: pearsonismo. Dal nome di Lester B. Pearson, ministro degli Esteri negli anni Cinquanta, premier negli anni Sessanta e premio Nobel per la pace nel 1957 per il suo ruolo nella crisi di Suez, il termine è diventato sinonimo di un’intera identità internazionale. Il Canada come mediatore, come inventore del peacekeeping, come potenza media che compensa la propria limitata forza militare con la moral suasion, il multilateralismo e la fedeltà alle grandi istituzioni nate dopo il 1945. Un ruolo comodo, coerente con la geografia di un Paese protetto da due oceani e da un vicino ingombrante ma alleato. Oggi quel modello mostra tutte le sue crepe, e il primo anno di governo di Mark Carney sembra segnare l’inizio di una ridefinizione profonda.
Le radici di una dipendenza
Per capire la portata del cambiamento occorre ricordare quanto la sicurezza canadese sia stata storicamente delegata. Dall’accordo di Ogdensburg del 1940, che istituì un comando congiunto di difesa continentale con gli Stati Uniti, passando per la fondazione del NORAD nel 1958, Ottawa ha costruito la propria autonomia strategica sul paradosso di affidarsi quasi interamente a Washington. La spesa militare canadese è rimasta cronicamente al di sotto degli impegni presi nella NATO: per decenni il Paese ha potuto permettersi una difesa sottodimensionata proprio perché sedeva accanto alla superpotenza egemone. Questa scelta, razionale finché l’alleato garantiva stabilità e prevedibilità, è diventata una vulnerabilità nel momento in cui la garanzia americana ha iniziato a vacillare.
Il ritorno di una Casa Bianca aggressiva sul piano commerciale, con minacce tariffarie rivolte allo stesso Canada e retoriche che hanno persino evocato l’assorbimento del vicino settentrionale, ha prodotto a Ottawa uno shock politico paragonabile a pochi altri momenti della storia recente. Non è la prima volta che il rapporto con Washington attraversa tensioni: si pensi agli attriti degli anni Sessanta tra John Diefenbaker e l’amministrazione Kennedy, o alle frizioni commerciali degli anni Ottanta. Ma mai come oggi il fondamento stesso della relazione – la fiducia nell’affidabilità americana – è apparso in discussione.

La risposta di Carney
Mark Carney arriva alla guida del governo con un profilo insolito per un premier: ex governatore della Banca del Canada e poi della Banca d’Inghilterra, uomo dei mercati globali più che della politica di partito. Proprio questa formazione internazionale sembra averlo spinto verso una lettura lucida della nuova fase. La linea che si va delineando – che alcuni osservatori hanno già battezzato “dottrina Carney” – poggia su tre pilastri.
- Autonomia strategica: ridurre la dipendenza da un unico partner, diversificando alleanze e catene di approvvigionamento, con particolare attenzione all’Europa e all’area indo-pacifica.
- Cooperazione tra potenze medie: rafforzare i legami con Paesi dal peso comparabile – dall’Unione Europea al Giappone, dall’Australia alla Corea del Sud – nella convinzione che, in un ordine multipolare frammentato, le medie potenze debbano fare rete per non essere schiacciate tra i giganti.
- Investimenti nella difesa: colmare il ritardo storico sulla spesa militare, sia per rispettare gli impegni con la NATO sia per acquisire una reale capacità di deterrenza autonoma, in particolare nell’Artico, regione sempre più contesa.
Ambizioni e limiti strutturali
La retorica dell’autonomia strategica non è nuova nel dibattito occidentale: l’ha coltivata la Francia sin dai tempi di De Gaulle, e più recentemente l’Unione Europea nel suo complesso. Ma tradurla in realtà richiede risorse, tempo e una volontà politica sostenibile nel lungo periodo. Il Canada parte da condizioni oggettivamente difficili. La sua economia resta profondamente integrata con quella statunitense: circa tre quarti delle esportazioni canadesi sono dirette verso il mercato americano. Diversificare gli scambi verso l’Europa o l’Asia è un progetto di decenni, non di mesi, e i costi logistici della geografia sono implacabili.
Anche sul piano militare, ricostruire capacità industriali e forze armate credibili richiede investimenti massicci e continuità di indirizzo, difficili da garantire in un sistema politico soggetto ad alternanze. La storia offre un monito: le grandi svolte diplomatiche canadesi hanno sempre avuto successo quando trovavano un terreno favorevole nel contesto internazionale, come accadde a Pearson nel clima di costruzione dell’ordine multilaterale del dopoguerra. Oggi quel contesto è invece in dissoluzione.
La dottrina Carney si misura dunque con una tensione di fondo: l’aspirazione all’indipendenza strategica di un Paese che resta, per geografia ed economia, strettamente legato al proprio vicino. Se la svolta si consoliderà o resterà un episodio dettato dall’emergenza dipenderà tanto dalla determinazione di Ottawa quanto, paradossalmente, dalle scelte future di Washington. Il Canada sta cercando di riscrivere la propria collocazione nel mondo proprio mentre il mondo che aveva reso possibile il pearsonismo sta scomparendo.

