Mappa dell'Europa con i paesi NATO evidenziati in blu e Russia e altri stati non membri in grigio.

L'Europa della NATO aumenta la spesa per la difesa ma resta dipendente dagli assetti abilitanti statunitensi. La frammentazione industriale e la possibile ridistribuzione delle risorse americane verso il Pacifico definiscono i limiti del pilastro europeo.

 | 

NATO europea: quanto pesa davvero il pilastro senza Washington

Nel 2024 l’Europa della NATO ha speso in difesa circa il 2% del suo PIL aggregato. La cifra è cresciuta rispetto agli anni precedenti, ma resta lontana dalla soglia del 3,5% che diversi Stati membri hanno indicato come obiettivo per il prossimo decennio. La distanza tra i due numeri misura il problema.

Gli Stati Uniti forniscono all’alleanza capacità che gli europei non possono replicare in tempi brevi. Il trasporto aereo strategico, la ricognizione satellitare, il rifornimento in volo, la soppressione delle difese aeree nemiche: in questi settori la dipendenza europea da assetti americani supera il 70% secondo le stime più diffuse. Sono capacità che si costruiscono in anni, non in bilanci annuali.

Il divario si traduce in un dato produttivo. L’industria europea della difesa è frammentata su decine di programmi nazionali sovrapposti. Solo per i carri armati il continente schiera più modelli in servizio degli Stati Uniti, con linee di produzione separate e nessuna economia di scala. La frammentazione fa salire i costi unitari e allunga i tempi di consegna.

La guerra in Ucraina ha reso visibile il limite. Nel 2024 l’Unione Europea si era posta l’obiettivo di consegnare un milione di proiettili di artiglieria. La capacità produttiva effettiva è rimasta sotto quella cifra per la maggior parte dell’anno, mentre il consumo al fronte superava le stime iniziali. Il collo di bottiglia non era la volontà politica, ma la capacità delle fabbriche di esplosivi e delle fonderie.

Manifestante con cartello raffigurante l'Ucraina e scritta NATO NO-FLY ZONE tra bandiere blu e gialle.
Protesta per zona d'esclusione aerea NATO sull'Ucraina in piazza pubblica. — Foto: alisdare1 — BY-SA 2.0, via Openverse

Su questo sfondo si colloca lo scambio pubblico tra i vertici dell’alliance e i governi europei. La posizione della segreteria generale è che un’Europa capace di difendersi da sola resti un’ipotesi lontana. La replica di alcune capitali è che senza un percorso autonomo la dipendenza non si riduce mai. Le due letture non sono contraddittorie: descrivono lo stesso divario da estremi opposti.

La questione è chi coordina il colmarlo. L’Unione Europea dispone di strumenti finanziari nuovi, dai fondi per l’acquisto congiunto di munizioni ai prestiti per la difesa. Ma la NATO resta la sede dove si definiscono i requisiti operativi e gli standard di interoperabilità. Il rischio è la duplicazione: due burocrazie che pianificano le stesse capacità con criteri diversi, moltiplicando i costi anziché ridurli.

Il calcolo americano aggiunge una variabile. Washington ha segnalato l’intenzione di ridistribuire risorse verso il teatro indo-pacifico, dove la competizione con la Cina assorbe una quota crescente del bilancio del Pentagono. Ogni portaerei e ogni squadrone spostato verso il Pacifico è una capacità sottratta al fianco europeo. La pressione a rafforzare il pilastro europeo nasce anche da questa aritmetica, non solo dalle preferenze politiche di questa o quella amministrazione.

Il nodo tecnologico è il più difficile da sciogliere. I sistemi di comando e controllo, i software di gestione del campo di battaglia, i componenti elettronici avanzati restano in larga parte di provenienza statunitense. Sostituirli richiede investimenti in ricerca che l’Europa ha finora tenuto dispersi tra programmi nazionali. Senza una base industriale integrata, l’autonomia resta un’etichetta più che una capacità.

C’è poi la geografia interna dell’alleanza. Gli Stati sul fianco orientale, esposti direttamente al confine russo, chiedono garanzie immediate e diffidano di ogni progetto che possa allentare l’impegno americano. Gli Stati occidentali guardano a un orizzonte più lungo e a un’industria continentale da consolidare. Le due priorità convivono ma non coincidono, e questo rallenta ogni decisione comune.

Il quadro attuale mostra progressi reali e diseguali. La spesa cresce, le fabbriche aumentano i turni, i programmi congiunti si moltiplicano. Ma la crescita procede per addizione di iniziative nazionali più che per disegno unitario. Il risultato è un aumento della capacità complessiva che non riduce in proporzione la dipendenza dagli assetti americani, perché sono proprio quelli i settori dove la duplicazione europea resta più lenta.

La variabile che sposterà l’equilibrio nei prossimi diciotto mesi è il ritmo effettivo di riduzione della presenza militare statunitense in Europa: se il ritiro di assetti abilitanti supererà la velocità con cui l’industria europea li rimpiazza, il divario di capacità aumenterà prima di iniziare a chiudersi.

Fonte originale: warontherocks.com/chaotic-progress-european-natos-quest-for-stronge…

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *