Da un anno e mezzo la Serbia vive un'ondata di proteste nate da un disastro infrastrutturale ma trasformatesi in sfida al potere di Vučić: un movimento che, tra eco della rivoluzione del 2000 e retoriche nazionaliste, rivela quanto il paese sia ancora lontano da un pluralismo democratico maturo.
Serbia in piazza: un anno e mezzo di proteste tra sete di cambiamento e trappole del nazionalismo
Da oltre diciotto mesi le strade di Belgrado, Novi Sad e di decine di città serbe sono attraversate da un movimento di protesta che ha saputo mantenere una capacità di mobilitazione raramente vista nell’Europa post-comunista degli ultimi vent’anni. Nato sull’onda dell’indignazione per un disastro infrastrutturale, il crollo di una pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad che ha causato numerose vittime, il movimento studentesco si è trasformato in qualcosa di più ampio: una contestazione radicale del sistema di potere costruito dal presidente Aleksandar Vučić in oltre un decennio di governo. Ma per comprendere davvero cosa sta accadendo in Serbia oggi bisogna guardare indietro, molto indietro, alle fratture mai del tutto ricomposte della storia jugoslava e post-jugoslava.
La Serbia contemporanea porta ancora addosso il peso degli anni Novanta: le guerre di dissoluzione della Jugoslavia, l’assedio di Sarajevo, i bombardamenti NATO del 1999, la perdita del Kosovo. È in quel decennio che si è formata la classe dirigente che, in forme diverse, governa ancora oggi il paese. Vučić stesso fu ministro dell’informazione sotto Slobodan Milošević, in uno dei momenti più bui per la libertà di stampa serba, prima di reinventarsi come leader filo-europeo e riformatore negli anni Duemila. Questa capacità di trasformismo, di cavalcare contemporaneamente il linguaggio dell’integrazione europea e quello del nazionalismo più duro, è la cifra distintiva del suo lungo dominio politico.
L’eco della rivoluzione del 2000
Le proteste attuali si inseriscono in una tradizione di mobilitazione popolare che ha un precedente fondamentale: la rivoluzione del 5 ottobre 2000, quando un movimento studentesco chiamato Otpor (Resistenza) contribuì in modo decisivo a far cadere Milošević dopo brogli elettorali evidenti. Quella vittoria, salutata allora come l’ultima delle rivoluzioni colorate contro i regimi post-comunisti dei Balcani, aveva alimentato speranze di una rapida transizione democratica e di un avvicinamento all’Unione Europea. Venticinque anni dopo, molte di quelle speranze appaiono deluse: la Serbia è ancora formalmente candidata all’adesione europea, ma il processo si è arenato, complice anche l’ambiguità di Belgrado sulla questione Kosovo e sui rapporti con Mosca, mai davvero recisi nonostante la guerra in Ucraina.
È in questo vuoto, tra un’Europa percepita come lontana e inaffidabile e una Russia che continua a esercitare fascino come garante di un’identità slava e ortodossa, che si è consolidato il potere di Vučić. Il suo partito, il Partito Progressista Serbo, ha costruito un sistema capillare di controllo dei media, delle istituzioni locali e dell’apparato pubblico, tanto che osservatori internazionali parlano da anni di un regime ibrido, formalmente democratico ma sostanzialmente autoritario, secondo un modello che ha molti punti di contatto con l’Ungheria di Viktor Orbán.
Una protesta che diventa referendum identitario
Ciò che rende peculiare la fase attuale è la polarizzazione totale del dibattito pubblico. Il paese sembra essersi diviso in due blocchi contrapposti, senza spazio per posizioni intermedie: chi sta con gli studenti e chi sta con il presidente. In questo clima, paradossalmente, anche il linguaggio della protesta ha assunto toni nazionalisti, richiamando simboli e retoriche che affondano le radici nella lunga storia del nazionalismo serbo novecentesco, quello che ha attraversato le due guerre mondiali, il periodo titoista e poi le guerre degli anni Novanta. Le posizioni apertamente filo-europee, che pure esistono nella società serba, faticano a trovare spazio in un confronto ridotto a un aut aut identitario, dove l’europeismo viene talvolta dipinto dagli stessi manifestanti come una forma di sottomissione, non diversamente da come il potere lo bolla come tradimento nazionale.
Questo cortocircuito racconta molto della difficoltà storica della Serbia a costruire una cultura politica pienamente pluralista dopo la fine della Jugoslavia. La memoria delle guerre, il trauma della perdita del Kosovo (proclamatosi indipendente nel 2008 ma mai riconosciuto da Belgrado), la percezione di un accerchiamento internazionale ingiusto, sono elementi che continuano a nutrire un afflato nazionalista trasversale, capace di attraversare sia il campo del potere sia quello dell’opposizione.
Le proteste odierne, dunque, per quanto imponenti e prolungate, non vanno lette semplicemente come l’ennesimo capitolo di una lotta lineare tra autoritarismo e democrazia. Sono piuttosto lo specchio di una nazione che fatica a superare le proprie ferite storiche, e che rischia di sostituire un blocco di potere con un’onda di consenso altrettanto compatta e poco incline al dissenso interno. La strada verso una democrazia matura, capace di tollerare la complessità e il disaccordo senza ridurlo a tradimento, resta lunga, e la Serbia di oggi ne è, ancora una volta, testimonianza.
