A cinque anni dalla concentrazione dei poteri del luglio 2021, migliaia di persone tornano in piazza a Tunisi contro Kais Saied. Ma l'assetto che si è consolidato — tra detenzioni, economia fragile e l'intesa migratoria con l'Europa — resta immobile.
Tunisia: la piazza torna, il potere resta dove Saied l’ha messo
A Tunisi si è tornati a marciare lungo l’avenue Habib Bourguiba, il corridoio che da quindici anni misura la temperatura politica del Paese. La richiesta era quella diretta: le dimissioni di Kais Saied. Non è la prima volta, e la ripetizione stessa dice qualcosa. Sono cinque anni da quando il presidente, il 25 luglio 2021, sospese il parlamento, licenziò il governo e concentrò su di sé i poteri esecutivi appellandosi a una lettura estensiva dell’articolo 80 della costituzione del 2014. Da allora ogni anniversario porta una manifestazione, e ogni manifestazione conferma che la fotografia non è cambiata.
Vale la pena guardare cosa si è consolidato nel frattempo, perché la stabilità di un assetto si misura dai fatti amministrativi più che dagli slogan. Nel 2022 un referendum a bassa affluenza — poco sopra il 30 per cento degli aventi diritto — ha approvato una nuova costituzione che sposta il baricentro dal parlamento alla presidenza. Le elezioni legislative dello stesso anno hanno registrato una partecipazione attorno all’11 per cento al primo turno, la più bassa mai vista in una tornata post-2011. Nell’ottobre 2024 Saied è stato rieletto con oltre il 90 per cento dei voti, in una competizione da cui i principali sfidanti erano stati esclusi per via giudiziaria o restavano in carcere. Il dato non racconta un plebiscito: racconta un campo ripulito.

La piazza di questi giorni riunisce ciò che resta dell’opposizione organizzata. Il Fronte di Salvezza Nazionale, coalizione che include Ennahda, chiede il rilascio dei detenuti politici. E qui i numeri contano più delle formule: decine di figure dell’opposizione, avvocati, giornalisti e sindacalisti sono in detenzione, molti nell’ambito del processo per un presunto complotto contro la sicurezza dello Stato aperto nel 2023. Rached Ghannouchi, storico leader di Ennahda e già presidente del parlamento sciolto, ha superato gli ottant’anni dietro le sbarre. Le condanne emesse in primo grado nella primavera scorsa hanno raggiunto, per alcuni imputati, i decenni di reclusione. Le organizzazioni per i diritti civili contestano l’impianto accusatorio; il governo lo difende come tutela dello Stato.
Chi manifesta lamenta anche la stretta sulle libertà di stampa e di espressione, sostenuta soprattutto dal decreto-legge 54 del 2022 sulla diffusione di notizie false, uno strumento elastico che ha consentito l’apertura di procedimenti contro voci critiche. È il tipo di norma che funziona meno per le condanne che infligge e più per il calcolo che impone a chi valuta se parlare.
Sullo sfondo c’è l’economia, che è la variabile più concreta e la meno maneggevole. Il debito pubblico viaggia oltre l’80 per cento del PIL, l’inflazione ha eroso i salari, e beni come lo zucchero, il caffè e talvolta il pane sono comparsi a intermittenza sugli scaffali. Saied ha rifiutato le condizioni del Fondo Monetario Internazionale per un prestito da quasi due miliardi di dollari, respingendo in particolare i tagli ai sussidi come diktat esterno. Ha preferito appoggiarsi a finanziamenti bilaterali — dall’Arabia Saudita, dall’Algeria — e a un memorandum con l’Unione europea, firmato nel 2023, che lega circa un miliardo di euro alla gestione dei flussi migratori. È l’aspetto che rende la sua posizione più solida di quanto la piazza lasci intendere: Bruxelles ha bisogno che Tunisi trattenga le partenze dal Mediterraneo centrale, e questo bisogno pesa più delle preoccupazioni sui detenuti.
Il retorico ha il suo prezzo su entrambi i fronti. Il presidente presenta la concentrazione dei poteri come una correzione del disordine parlamentare che paralizzò il decennio precedente, e trova ascolto in una parte della popolazione stanca di quel disordine. L’opposizione presenta la propria mobilitazione come voce del popolo, ma è la stessa che governò negli anni della stagnazione economica e che oggi fatica a mostrare consensi ampi fuori dai cortei. Tra le due narrazioni, il tunisino medio misura la giornata in dinari che valgono meno e in code davanti ai negozi.
La manifestazione si esaurirà come le precedenti, senza incidere sull’architettura del potere. Ciò che si sta assestando in Tunisia è un sistema presidenziale personalizzato, tollerato all’esterno perché utile alla gestione delle frontiere europee e sostenuto all’interno da un’assenza di alternative credibili più che da un entusiasmo diffuso. La culla della primavera del 2011 è oggi il laboratorio del suo esaurimento, e nessuno degli attori interessati — a Tunisi come a Bruxelles — sembra avere fretta di cambiare l’equilibrio raggiunto.

