I leader di Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda hanno saltato per la seconda volta il vertice NATO, ma i contratti industriali, il riarmo e gli aiuti a Kiev raccontano una cooperazione che cresce lontano dalle foto.
NATO e Indo-Pacifico: cosa resta della cooperazione senza i vertici
Per il secondo anno consecutivo i leader dei quattro partner asiatici della NATO non si sono presentati al vertice dell’Alleanza. Australia, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda hanno inviato ministri o funzionari, non capi di governo. La lettura immediata è quella di un raffreddamento. I numeri raccontano una traiettoria diversa.
Il formato IP4 nasce nel 2022, a Madrid, quando i quattro furono invitati per la prima volta. Nel 2023 a Vilnius e nel 2024 a Washington la presenza fu al massimo livello. L’assenza dei leader nel 2024 e nel 2025 coincide con calendari interni: scadenze elettorali, transizioni di governo, priorità di bilancio. Non con un ritiro dai programmi di cooperazione, che procedono su binari separati dai vertici.
La cooperazione si misura nei progetti tecnici, non nelle foto. La NATO e i quattro hanno avviato quattro aree di lavoro comune: cyber, tecnologie emergenti, disinformazione, sostegno all’Ucraina. Il Giappone ha aperto una missione presso il quartier generale di Bruxelles nel 2018 e l’ha rafforzata. La Corea del Sud ha fatto lo stesso nel 2022. Sono strutture permanenti, non gesti simbolici legati alla presenza di un premier a un summit.

Il canale più concreto passa per l’industria della difesa. La Corea del Sud ha firmato con la Polonia contratti per carri K2, obici K9 e lanciarazzi Chunmoo per un valore che supera i 13 miliardi di dollari nella prima tranche del 2022, con opzioni successive. Le forniture riguardano un membro NATO e alimentano la ricostituzione degli arsenali europei svuotati dalle donazioni a Kiev. La relazione tra l’Alleanza e Seul si esprime qui, in tonnellate di acciaio consegnate, più che nei comunicati finali.
Il Giappone segue una logica di riarmo autonomo. Tokyo ha deciso di portare la spesa militare al 2% del PIL entro il 2027, raddoppiando il livello storico attorno all’1%. In termini assoluti significa passare da circa 50 a oltre 80 miliardi di dollari annui. Questo avvicina i parametri giapponesi agli standard NATO senza che il Giappone sia membro, e crea una base comune di capacità con cui l’Alleanza può dialogare.
L’Ucraina è il terreno dove i quattro convergono con l’Europa. Il Giappone ha stanziato aiuti finanziari e umanitari per oltre 12 miliardi di dollari dall’inizio dell’invasione, aggirando i propri limiti sull’export di materiale letale con contributi non-letali e sostegno diretto al bilancio di Kiev. L’Australia ha fornito veicoli corazzati Bushmaster e sistemi. La Corea del Sud ha rifornito le scorte di munizioni statunitensi che sono poi arrivate indirettamente al fronte.
La variabile che tiene insieme il quadro è la Cina. La NATO ha inserito Pechino nel proprio concetto strategico del 2022, definendola una sfida sistemica. I quattro condividono l’esposizione: l’Australia sul commercio e sulle rotte del Pacifico meridionale, il Giappone sulle Senkaku e su Taiwan, la Corea del Sud sulla catena logistica dei semiconduttori. È questa sovrapposizione di minaccia percepita a sostenere la cooperazione, non l’agenda cerimoniale dei vertici.
Le divergenze restano. La Nuova Zelanda mantiene la posizione più cauta, con una spesa militare sotto l’1,5% del PIL e un’esposizione commerciale verso la Cina che pesa per circa un quarto dell’export. La Corea del Sud, dopo la crisi politica interna di fine 2024 e il cambio di guida a Seul, deve ricalibrare l’intensità dell’allineamento. L’Australia lega la propria postura al patto AUKUS con Stati Uniti e Regno Unito, un canale che compete per risorse con l’agenda NATO.
C’è poi il fattore Washington. L’amministrazione Trump ha spinto gli europei ad alzare la spesa verso il 5% e ha segnalato che l’attenzione strategica si sposta sull’Indo-Pacifico. Questo può ridurre l’interesse statunitense per il formato allargato NATO-IP4, preferendo accordi bilaterali o minilaterali più snelli. L’assenza dei leader asiatici va letta anche in questo contesto: un vertice il cui valore aggiunto per i quattro non è scontato.
La misura da osservare nei prossimi dodici mesi è il volume dei contratti industriali tra i quattro e i membri europei dell’Alleanza. Se Seul confermerà le opzioni polacche e Tokyo allenterà i vincoli all’export, la relazione crescerà a prescindere da chi siede al tavolo dei summit. Se quei numeri si fermeranno, l’assenza dei leader diventerà un segnale, non una coincidenza di calendario.

