Mappa illuminata dell'America del Sud e Indonesia su schermo scuro, con diverse regioni colorate in tonalità dorate e verdi.

A pochi mesi dall'insediamento del presidente Rodrigo Paz, la Bolivia torna sull'orlo della crisi tra scarsità di carburante, inflazione e proteste. Le radici storiche di un'instabilità cronica.

Bolivia, la fine di un ciclo: perché il Paese andino è di nuovo sull’orlo del baratro

La Bolivia torna a essere il termometro delle fragilità latinoamericane. A pochi mesi dall’insediamento del presidente Rodrigo Paz, il Paese andino attraversa una nuova fase di tensione sociale ed economica che affonda le radici in decenni di squilibri strutturali. Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo non basta guardare alle manifestazioni di piazza o alle misure economiche impopolari: occorre risalire alla storia lunga di una nazione che, dall’indipendenza in poi, ha vissuto una delle traiettorie politiche più instabili del continente.

La fine dell’era del MAS

L’elezione di Rodrigo Paz, avvenuta nell’autunno del 2025, ha segnato la conclusione di un ciclo politico quasi ventennale. Dal 2006, con l’ascesa di Evo Morales, la Bolivia era stata governata dal Movimento al Socialismo (MAS), la formazione che aveva dato voce alla maggioranza indigena e alle rivendicazioni delle comunità quechua e aymara. Il progetto del MAS, sostenuto dai proventi delle materie prime, in particolare gas naturale e minerali, aveva permesso una lunga stagione di redistribuzione e riduzione della povertà. Ma quel modello dipendeva da un fattore che il tempo ha eroso: prezzi alti delle esportazioni e riserve energetiche abbondanti.

La frattura interna al MAS, culminata nello scontro tra Morales e il suo ex delfino Luis Arce, ha frammentato il campo progressista e aperto la strada a un cambio di guida. Paz, esponente di una tradizione politica più moderata e legata a una famiglia con una lunga storia nelle istituzioni boliviane, ha vinto al ballottaggio promettendo stabilità e riforme. Ma ha ereditato un’economia già in difficoltà.

La crisi economica dietro la rabbia sociale

Il cuore del malcontento è la scarsità di valuta estera e di carburante. La Bolivia ha costruito per anni il proprio benessere sulla rendita del gas, ma la produzione è in calo costante da oltre un decennio, mentre gli investimenti nell’esplorazione di nuovi giacimenti sono rimasti insufficienti. Il risultato è un Paese che oggi importa buona parte dei carburanti che consuma, pagandoli in dollari che scarseggiano. Le riserve valutarie della banca centrale si sono progressivamente ridotte, generando file ai distributori, inflazione e tensione nei mercati.

Le misure di austerità e di controllo introdotte dal nuovo governo, percepite come lontane dalle promesse elettorali, hanno acceso la protesta. È un copione già visto nella storia recente boliviana: ogni volta che il potere centrale tenta di ridurre sussidi o di intervenire sui prezzi dei beni essenziali, la piazza reagisce con forza. Accadde nel 2000 con la cosiddetta “guerra dell’acqua” a Cochabamba, quando la privatizzazione del servizio idrico scatenò rivolte popolari. Accadde nel 2003 con la “guerra del gas”, che portò alla caduta del presidente Sánchez de Lozada e alla sua fuga all’estero.

Un Paese abituato alle rotture

La Bolivia detiene un primato poco invidiabile: dalla sua indipendenza nel 1825 ha conosciuto decine di colpi di Stato, governi militari e transizioni traumatiche. Questa instabilità cronica non è casuale, ma riflette fratture profonde: la divisione tra l’altopiano andino, a maggioranza indigena e più povero, e le pianure orientali di Santa Cruz, più ricche, agricole e legate a un’élite economica di origine europea. Questa tensione geografica ed etnica ha attraversato tutta la storia contemporanea del Paese, riemergendo puntualmente nei momenti di crisi.

Anche la caduta di Evo Morales nel 2019, dopo elezioni contestate e pressioni militari, si inserisce in questa dinamica di rotture ricorrenti. Il ritorno al potere del MAS l’anno successivo con Arce non ha sanato le divisioni, ma le ha semplicemente rinviate. La vittoria di Paz nel 2025 rappresenta l’ultimo atto di un pendolo che oscilla senza trovare un equilibrio duraturo.

Perché ora

La convergenza di più fattori spiega la tempistica della crisi attuale. Sul piano economico, l’esaurimento del modello estrattivo si è manifestato in tutta la sua gravità proprio nel momento del cambio di guida politica. Sul piano sociale, la fine dell’egemonia del MAS ha lasciato un vuoto di rappresentanza tra le comunità che per vent’anni si erano identificate in quel progetto. Sul piano istituzionale, la debolezza del nuovo governo, privo di una maggioranza solida, rende ogni decisione difficile da imporre.

La Bolivia si trova così a un bivio che conosce bene. Le vie d’uscita possibili sono note: un accordo con i creditori internazionali, investimenti nel litio – di cui il Paese possiede riserve tra le più grandi al mondo – e una faticosa ricostruzione del consenso. Ma la storia insegna che ogni transizione boliviana ha sempre avuto un costo sociale elevato. La sfida per Paz sarà evitare che la protesta si trasformi nell’ennesima rottura di un ciclo che il Paese non riesce a spezzare.

Fonte originale: ilcaffegeopolitico.net/1006468/bolivia-perche-il-paese-e-sullorlo-d…

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