Decine di giornalisti palestinesi feriti o malati chiedono l'evacuazione medica da Gaza, ma i trasferimenti dipendono dall'apertura intermittente dei valichi. Le liste crescono, i posti nei convogli restano pochi.
Gaza: i giornalisti feriti attendono un valico che si apre a intermittenza
Per raccontare la guerra a Gaza servono i giornalisti, e per curare i giornalisti serve un valico aperto. Le due condizioni non coincidono quasi mai. Da mesi decine di cronisti palestinesi feriti, mutilati o gravemente malati chiedono di essere evacuati fuori dalla Striscia per ricevere cure che gli ospedali locali, ridotti a strutture parzialmente funzionanti, non sono in grado di fornire. Le liste circolano tra organizzazioni professionali, comitati per la protezione della stampa e mediatori; i nomi restano, i trasferimenti procedono a singhiozzo.
La questione non riguarda una categoria a parte. I giornalisti feriti sono un sottoinsieme della popolazione ferita, e condividono lo stesso collo di bottiglia: le evacuazioni mediche verso l’estero avvengono in convogli piccoli, autorizzati caso per caso, subordinati all’apertura del valico di Rafah verso l’Egitto o del passaggio verso la Giordania. Quando il valico resta chiuso, la lista non si muove. Quando si apre, passano poche decine di pazienti alla volta, selezionati secondo criteri che raramente vengono resi pubblici. Le agenzie sanitarie parlano da tempo di migliaia di persone in attesa di trasferimento: i posti disponibili in ciascun convoglio si contano invece sulle dita.
Ciò che distingue questi casi dalla media è la documentazione. Un fotografo che perde una gamba mentre riprende un raid, un operatore colpito da schegge davanti a un ospedale, un reporter con una patologia cronica aggravata da mesi di privazioni: ognuno lascia dietro di sé materiale, testimoni, spesso l’immagine stessa del proprio ferimento. Questo rende i loro casi più visibili di quelli di un civile qualsiasi, e rende anche più espliciti gli ostacoli quando l’evacuazione non arriva. Ma la visibilità non ha finora accorciato le liste in modo apprezzabile.

Il conteggio dei giornalisti uccisi nella Striscia dall’ottobre 2023 supera, secondo le organizzazioni internazionali di categoria, il centinaio: una cifra che nessun altro conflitto recente ha prodotto in un arco di tempo comparabile. I feriti sono un numero più incerto, perché molti continuano a lavorare pur essendo malridotti, e perché la distinzione tra ferita da guerra e patologia da assedio si sfuma quando mancano cibo, acqua pulita e medicinali. Chi resta, resta con attrezzature ridotte, connessioni intermittenti e la certezza di essere identificabile.
Le richieste di evacuazione seguono un percorso amministrativo che passa attraverso più attori: le autorità sanitarie di Gaza compilano le liste, l’Organizzazione mondiale della sanità e altre agenzie coordinano i trasferimenti, l’Egitto e Israele controllano rispettivamente l’uscita e il nulla osta di sicurezza. Ogni passaggio può bloccare un nome. Un paziente autorizzato dal lato sanitario può restare fermo per settimane in attesa del vaglio di sicurezza; un altro può veder saltare il proprio turno perché il convoglio previsto non parte. Chi arriva in Egitto, in Qatar o in un ospedale europeo entra in un secondo problema: quello del ritorno, o della permanenza indefinita in un Paese terzo con i familiari rimasti dall’altra parte.
Le tregue succedutesi nell’ultimo anno hanno prodotto, in genere, finestre più larghe per le evacuazioni: più camion di aiuti, più uscite mediche, più passaggi di prigionieri. Ma sono state finestre, non porte. Alla ripresa delle ostilità il flusso si contrae di nuovo, e le liste tornano a crescere. Chi ha una ferita che peggiora nel tempo — un’infezione, una frattura mal saldata, un tumore — paga la differenza tra una settimana di apertura e un mese di chiusura in termini clinici concreti.
C’è un dato che le parti in causa tendono a non enfatizzare, ciascuna per motivi propri. La riduzione del numero di giornalisti operativi sul terreno abbassa la quantità di testimonianza indipendente disponibile sul conflitto, in una fase in cui l’accesso della stampa internazionale a Gaza resta soggetto a scorta militare israeliana e a permessi limitati. Meno cronisti sul posto significa meno immagini non filtrate, e questo produce un effetto che nessuna delle parti dichiara di volere ma che a nessuna dispiace del tutto: la guerra diventa più difficile da documentare dall’interno proprio mentre si combatte.
Le organizzazioni di categoria continuano a chiedere corridoi dedicati e priorità per il personale medico e per i giornalisti feriti. Sono richieste ragionevoli e ripetute, che finora non hanno modificato la logica di fondo: i trasferimenti restano una funzione della politica del valico, non della gravità delle condizioni cliniche. Finché resterà così, il tempo di attesa continuerà a misurarsi non in urgenza sanitaria ma in aperture concesse — e a ogni chiusura, qualcuno che avrebbe potuto essere curato altrove resta dov’è.

